I testi * L'istante uno Saturday, July 31, 2010 Register Login

     
 
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L'inoleum - Thursday, February 21, 2008
E' un segnale? E' un segnale. Oh, quanti segnali. Da riempire la cambusa.
Lo sai che ho il cervello orizzontale? Con un pulsante alla fine. Lo premi e non succede nulla. Ci salti sopra e si appiattisce il cervello ancora di piu'.
Comunque, si, la nuova notizia e' che e' arrivato lo zio Epico. In canoa, lungo il naviglio, da Pavia alla darsena, di notte, come un sommergibile. Voleva anche portarsela in casa mia la canoa ma io gli ho detto no, zio Epico, ti ospito solo a te, e lui un po' si e' offeso perché ha raccontato che a Pavia nella canoa ci dorme.
Con lo zio Epico non ci vedevamo da ventidue anni e perciò da quando io ne avevo sedici e lui trentadue. Durante queste due decadi, ho sempre pensato a lui di profilo, non sono mai riuscito a comporre un'immagine frontale. Uno zio da vaso greco, centrifugo. E anche ora che era riapparso aveva la tendenza a girarsi di tre quarti e parlarti senza guardarti dritto negli occhi. Quando si e' presentato alla porta (con la canoa lungo le scale) mi ha salutato e io ho pensato che stesse commentando i quadri alle pareti, talmente era spostato il suo sguardo. Poi ci siamo abbracciati ed e' stato curioso perché mi sono ritrovato la sua spalla sul mento da quanto era dissociata la nostra angolazione.
Fanculo.
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Loste - Thursday, February 21, 2008
Ho un orto. Lo coltivo. Ci pianto i ceci e le quaglie. A volte qualche baccalà. Alla livornese, però. Mai provato il baccalà alla livornese? E' armonico. Anche piuttosto piovano.
Ho ancora undici minuti, poi, poi.
Alcune mie parti sono dei derivati. Le unghie, per esempio. Sono composte principalmente di valtonico, in buona parte, direi, ma con l'aggravante del.
Se tento di mangiarmele, mi si incollano ai denti. Le unghie, ah, le unghie. Non paiono dei cinema all'aperto? Non ricordano ottimi purè?
Ancora otto minuti. Ma non basteranno, come farò a dire tutto?
Sono un calzino spaiato. Anzi, due calzini spaiati.
Eppure, eppu.
Re.
Nella notte, mi sono steso sulla strada, sotto un cielo stellato ghiacciato. Ma ero a faccia in giù perché io volevo vedere l'asfalto da vicino. Odorava di via del centro e i suoi granuli schiacciati tra loro erano sconnessi e moreni.
Cinque minuti.
In cinque minuti si può suonare un flauto. Di quelli blu, che ha la cartolaia. Nella parte sotto c'e' un buchino e il segreto del flauto e' tutto lì. Se impari ad alternare l'apertura di quel buchino, sei un flautista da competizione.
Certe sere vorrei essere nel Michigan. Mi piace, il Michigan. E' un po' di sbieco ma non sarebbe male essere anche lì.
Ultimi due minuti. Pausa di riflessione.
Come si chiamava, poi, quel funzionario?
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   L'istante uno Minimize
Le persone sono un centinaio, accalcate a ridosso tra loro, in un cortile pavimentato di cemento. Stanno in coda per entrare in un edificio basso e grigio. Sono nudi. Il sole estivo di metà giornata è a picco su di loro. C'è un silenzio sudato e magnetico.
Dietro l'edificio svetta una specie di ciminiera che fuma senza interruzione. Ai lati della folla nuda, ci sono quattro figure in divisa scura, armati di mitragliatore, immobili e impassibili.
Adam Leone si trova nel mezzo e sente premere contro di se i corpi delle persone subito adiacenti a lui, da tutti i lati. Sente l'odore del sudore di tutti quanti e anche un altro odore, più aspro, che trasuda da tutti quei corpi. Lo sente esalare anche da se, e mischiarsi nell'aria, formando un unico tanfo, di vita che sta già iniziando ad evacuare.
Non ha ancora detto una parola da quando è lì ma, a quel punto, decide di rivolgersi al vicino di destra, del quale sente la spalla pelosa e umida premere contro la propria.
- Senti, tu lo sai mica perché siamo qui?
Il vicino di destra striscia i peli verso Adam.
- No. E tu?
- No - Fa un istante di pausa. - Però lo so cosa sta per succederci. Lo sappiamo tutti quanti. Quella là avanti è la casetta delle docce. Il gas. La ciminiera dietro.
- Lo so. Lo so anche io.
- Ci fanno entrare una decina alla volta. Se faccio i calcoli giusti, tra una ventina di minuti, toccherà a noi. Mezz'ora al massimo. Tu hai paura?
- Sono paralizzato dal terrore.
- Anche io. Ma non pensavo se ne potesse parlare così. Di dove sei?
- Di Sondrio.
- Io di Milano. Mi chiamo Adam Leone.
- Ron Cherubino.
Da come sono schiacciati tra loro, non riescono a stringersi la mano ma si toccano la punta dei mignoli per ufficializzare la presentazione.
Adam cerca di guardarsi intorno, poi continua.
- Ron.
- Si, Adam?
- Tu... Sei ebreo?
Un attimo di silenzio.
- Che io sappia, no. E tu?
- Non credo. Se lo fossi, nessuno me lo hai mai detto. Ma allora che ci facciamo, in coda per il gas?
- Non riesco a capire. Magari hanno fatto un errore con noi due e tutti gli altri sono ebrei.
Adam si agita un po', nel limite dei due movimenti che può compiere.
- O forse hanno deciso di gasare tutti i lombardi. Che ne pensi?
- Potrebbe essere. Io non riesco più a pensare, la paura mi sta uccidendo ancora prima che lo facciano loro.
- No, Ron, aspetta a lasciarti andare. Cerchiamo di stare calmi e lucidi. Forse se scopriamo perché vogliono eliminare tutti i lombardi, questi ultimi venti minuti avranno un minimo di senso.
Dalla destra di Ron Cherubino, una voce dal forte accento, si inserisce nella conversazione.
- Ehi. Guardate che io sono di Palermo. E al nord non c'ero mai venuto.
- Sei ebreo? - gli chiede Adam.
- Ntz. Ma quale minchia di ebreo. Mi chiamo Greg Mancuso e ci stanno solo siciliani a casa mia.
Adam scuote la testa, quasi deluso. Poi si rivolge di nuovo a Ron.
- Senti, io ci devo provare - e di colpo si mette a urlare - c'è qualche ebreo qui in mezzo?
Le quattro figure in divisa diventano subito attente e imbracciano i loro fucili, pronti a sedare qualsiasi agitazione.
A qualche metro da Adam, una voce risponde.
- Io, sono ebreo.
Poi un'altra.
- Anche io sono ebrea.
In tutto, rispondono in cinque all'appello.
Le guardie tengono sempre sotto controllo la situazione anche se sembrano meno allarmate, ora.
Adam parla ancora con Ron ma lo fa con un volume più alto, in modo da farsi sentire in un raggio più ampio.
- Che c'entrano cinque ebrei in mezzo a cento persone? Per essere uno sterminio di ebrei, direi che la percentuale è piuttosto bassa. È più probabile la faccenda dei lombardi.
- Ascolta, forse non ce l'hanno solo con i lombardi - risponde Ron - ma con tutti gli italiani.
In quel momento, si apre di nuovo la porta delle docce e altri dieci nudi entrano a respirare l'interno dell'edificio. Poi la porta si richiude. La massa compressa rimasta fuori, avanza di qualche metro. Adam e tutti gli altri, si distraggono dalla conversazione e si concentrano solo sull'edificio delle docce, che ora si è fatto un po' più vicino. Dall'interno della casetta, sentono arrivare alcuni secondi di urla angosciate, poi, più niente.
- Ma che ci avranno contro gli italiani? Che gli abbiamo fatto?
Lungo la propria schiena, all'altezza delle reni, Adam sente un seno grosso e nudo che preme sulla sua pelle. La proprietaria del seno, piccola e schiacciata, si mette a parlare con la nuca di Adam.
- Guarda che là in fondo a sinistra, ho sentito un gruppo parlare in inglese.
- Veramente? Ne sei certa?
- Sono sicura. Sono insegnante di lingue. E comunque, non era un parlato italiano, quello.
- Di dove sei?
- Di Livorno. Mi chiamo Mandy Petrocchi.
- Se è come dici, non so più cosa pensare. Non ci sono elementi che ci possano accomunare tutti. A parte il colore della pelle, forse.
A quell'affermazione, si levano un certo numero di commenti lì intorno.
- Io ho visto un negro, prima.
- Anch'io. Anzi, due.
- Io dei marocchini e degli zingari.
- Qui ci sono due che parlano francese.
Adam interviene ad alta voce.
- Ehi! Voi tutti. Dite i vostri nomi. Voglio sentirvi dire i vostri nomi!
- Burt Cicatello.
- Cindy Bellasera.
- William Venturini.
- Cary Maniero.
- Sharon Laguna.
- My name? Piergiorgio Whitelong.
- Mine? Roberto Leicester.
- Je suis Pablo De La Croix.
- Carmen Velisieur
- Pedro Villefranque.
Il coro di nomi sale sempre più di volume e quantità finché non si riesce più ad estrapolare un suono distinto. Una delle quattro guardie si avvicina a una donna che stava dichiarando di chiamarsi Marta qualcosa e le spara in pieno petto. Marta cade morta e la sua spoglia nuda viene lasciata lì, nel proprio sangue sudato, come monito per gli altri a non creare troppa confusione. La folla compressa è tornata in silenzio, sotto il sole violento, come si trovava nell'istante prima che Adam desse il via a quella progressione di rottura.
La porta delle docce si apre di nuovo, altri dieci entrano, la porta si richiude, si sentono urla strazianti, e di nuovo silenzio.
È ancora Adam il primo a parlare.
- Beh? Perché vi siete interrotti? Tanto tra poco faremo tutti la sua fine. Che vi frega se vi sparano?
Nessuno reagisce, ognuno ipnotizzato da quella casetta di fronte con la sua ciminiera sul retro.
- Sentite tutti - continua Adam - quelli sono solo in quattro. Noi, decine. Se ci muoviamo tutti contemporaneamente, li possiamo sopraffare nel giro di pochi secondi.
Dalla folla, più indietro, una voce si fa coraggio.
- Ma qualcuno morirà di sicuro. Gli spareranno.
- Tu chi sei? Come ti chiami? - chiede Adam.
- Non lo dico. Quella ragazza l'ha fatto e gli hanno sparato.
- Ah, e dietro quella porta cosa pensi che ti aspetti, un villaggio vacanze? - poi Adam si rivolge a tutti - Ascoltate, d'ora in poi, chiunque parli dirà prima il suo nome. Ok?
- Morris Benvenuto - risponde la voce di prima.
- Bene - dice Adam - allora, chi ci sta? Al mio via, partiamo tutti insieme e assaltiamo le quattro guardie. Siete pronti?
- Ma siamo nudi - interviene un'altra voce - ehm, io sono Edward Comacchio.
- E che.... - Adam è esasperato - che CAZZO TE NE FREGA?
- Io, nudo, non riesco ad aggredire nessuno.
- Sono Frank Stampacchia. Neanche io posso combattere nudo.
- Meredith Capobianco. Io neppure.
- Giuseppe Justready. Me too.
- Rodriguez Lafontaine. Non plus je.
Adam, incredulo, abbassa il tono della voce e torna a rivolgersi a Ron.
- Ma li senti? È pazzesco.
- Sinceramente... mi vergogno a dirlo ma, anch'io provo la stessa sensazione.
Il gruppo avanza ancora di dieci persone e poi di altre dieci. Dopo qualche minuto Adam si trova di fronte alla porta dell’edificio grigio. Non ricorda più chi si trovava davanti a lui qualche istante prima ma sente ancora il seno sudato di Mandy sulla sua schiena. Il suo capezzolo sembra una ventosa che lo vuole trattenere. Vi si appoggia per non cadere in avanti. Tocca il mignolo di Ron che gli risponde da lontano. Quando la porta si apre, lo circonda l’odore della chimica terrestre.
Quindici metri più indietro, Dennis DiCario sente la pressione dei corpi nudi che gli stanno attorno e annusa l’aria, arricciando il naso. Sente alcune urla arrivare dalla casetta più avanti e si rivolge al vicino.
- Hai una mezza idea del perché siamo qui?
- No.
Dennis si guarda intorno, anche se riesce a muovere solo il collo. Il sole è così forte che la testa gli pare si stia sciogliendo.
- Mi chiamo Denis DiCario.
- Harry Alato.
- Ho una paura fottuta.
 
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