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| L'inoleum - giovedì 21 febbraio 2008E' un segnale? E' un segnale. Oh, quanti segnali. Da riempire la cambusa. Lo sai che ho il cervello orizzontale? Con un pulsante alla fine. Lo premi e non succede nulla. Ci salti sopra e si appiattisce il cervello ancora di piu'. Comunque, si, la nuova notizia e' che e' arrivato lo zio Epico. In canoa, lungo il naviglio, da Pavia alla darsena, di notte, come un sommergibile. Voleva anche portarsela in casa mia la canoa ma io gli ho detto no, zio Epico, ti ospito solo a te, e lui un po' si e' offeso perché ha raccontato che a Pavia nella canoa ci dorme. Con lo zio Epico non ci vedevamo da ventidue anni e perciò da quando io ne avevo sedici e lui trentadue. Durante queste due decadi, ho sempre pensato a lui di profilo, non sono mai riuscito a comporre un'immagine frontale. Uno zio da vaso greco, centrifugo. E anche ora che era riapparso aveva la tendenza a girarsi di tre quarti e parlarti senza guardarti dritto negli occhi. Quando si e' presentato alla porta (con la canoa lungo le scale) mi ha salutato e io ho pensato che stesse commentando i quadri alle pareti, talmente era spostato il suo sguardo. Poi ci siamo abbracciati ed e' stato curioso perché mi sono ritrovato la sua spalla sul mento da quanto era dissociata la nostra angolazione. Fanculo. maggiori informazioni ... |
| Loste - giovedì 21 febbraio 2008Ho un orto. Lo coltivo. Ci pianto i ceci e le quaglie. A volte qualche baccalà. Alla livornese, però. Mai provato il baccalà alla livornese? E' armonico. Anche piuttosto piovano. Ho ancora undici minuti, poi, poi. Alcune mie parti sono dei derivati. Le unghie, per esempio. Sono composte principalmente di valtonico, in buona parte, direi, ma con l'aggravante del. Se tento di mangiarmele, mi si incollano ai denti. Le unghie, ah, le unghie. Non paiono dei cinema all'aperto? Non ricordano ottimi purè? Ancora otto minuti. Ma non basteranno, come farò a dire tutto? Sono un calzino spaiato. Anzi, due calzini spaiati. Eppure, eppu. Re. Nella notte, mi sono steso sulla strada, sotto un cielo stellato ghiacciato. Ma ero a faccia in giù perché io volevo vedere l'asfalto da vicino. Odorava di via del centro e i suoi granuli schiacciati tra loro erano sconnessi e moreni. Cinque minuti. In cinque minuti si può suonare un flauto. Di quelli blu, che ha la cartolaia. Nella parte sotto c'e' un buchino e il segreto del flauto e' tutto lì. Se impari ad alternare l'apertura di quel buchino, sei un flautista da competizione. Certe sere vorrei essere nel Michigan. Mi piace, il Michigan. E' un po' di sbieco ma non sarebbe male essere anche lì. Ultimi due minuti. Pausa di riflessione. Come si chiamava, poi, quel funzionario? maggiori informazioni ... |
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Fino al quartiere industriale
Sto trascinando un carro da solo. In testa ho un collant scuro, calato fino alla base del collo. Vedo poco, non vedo quasi nulla. Con le mani impugno i pali di legno per tirare il carro. Questo carro è un carretto a due ruote ma pesa molto e i palmi fanno male, a stringere. Mentre tiro, la testa mi va su e giù ad ogni passo, cosi, il fondo del collant, rimbalza ritmicamente sulla mia schiena. Non è andata sempre in questo modo la mia vita, peró. C'è stato tutto un periodo nel quale io ero il capo. C'erano sei fabbriche nel quartiere industriale e le comandavo tutte. Erano disposte ad esagono, per l'appunto, con al centro un grande piazzale lastricato. Una produceva profumi ed essenze, un'altra scarpe da competizione ed una terza, macchinari per la spremitura d'oli d'oliva. Le restanti tre non ricordo più, questo collant mi sta bruciando la pelle sulla fronte e ho i pensieri confusi. Il quartiere industriale era situato a qualche minuto dalla vicina città, in una località isolata. Era composto da sole sei fabbriche, proprio le sei di cui prima, perciò, sta di fatto che io ero il capo di tutto il quartiere industriale. Disponevo di un ufficio in ognuna delle sei fabbriche. Al mattino, dopo il presto, mi recavo al centro del piazzale e giravo in tondo con piccoli scatti esagonali, miravo le industrie attorno a me, infine selezionavo in quale degli uffici avrei consumato la prima colazione. Le mie predilette erano la fabbrica di profumi e una delle tre di prima, delle quali ho già detto di aver scordato la produzione. Fosse dipeso da me, avrei iniziato sempre la giornata in uno di quei due uffici ma, certamente, sarebbero andate deluse le attese delle altre segretarie. Le quali mi facevano trovare la colazione pronta tutte le mattine, a prescindere che mi presentassi o meno, così sentivo il dovere di spartire la mia presenza di inizio giornata in maniera equa. La fabbrica di profumi ed essenze accoglieva con un grande atrio liscio. Avevo disposto l'installazione di un angolo d'attesa per gli ospiti, sulla sinistra. Confortevole, con divani chiari, ogni volta che attraversavo l'atrio lanciavo un'occhiata orgogliosa in direzione dell'angolo. Dentro il collant, il sudore mi sta provocando irritazioni alla nuca e i muscoli degli arti bruciano forte per lo sforzo. Nonostante ciò, ricordo perfettamente Sonia, la mia segretaria dell'ufficio profumi. O, forse, la sua colazione. Entrambe, magari. "Buon giorno, Signor Capo". Mi accoglieva sempre così Sonia, con l'aggiunta di un ampio sorriso nei casi in cui la sceglievo per la prima colazione. In realtà, mi chiamavano tutti così da sempre, Signor Capo. Dai custodi, al personale in produzione, ai vari quadri. Tanto che, mentre tiro questo carro, sfugge anche a me quale sia stato il mio vero nome. La colazione di Sonia era speciale. Preparava tutto da sè, comprese le pastine dolci, compreso il setaccio delle foglie per la scelta d'infusi tra i quali avrei selezionato il primo aroma del mattino. Sonia si alzava ogni giorno all'alba, anzi, direi che era ancora buio fuori, e iniziava a cuocere e setacciare. Terminava i preparativi giusto in tempo per imbarcarsi sulla corriera che l'avrebbe condotta al lavoro. Sulla mia scrivania trovavo tutto quanto pronto, organizzato impeccabilmente su un vassoio dai manici lucidi d'ottone. A lato del piattino contenente le pastine dolci, c'era un bigliettino scritto di fresco. "Buona e serena giornata, Signor Capo", diceva. Al che, esaminavo le ciotoline con le foglie setacciate e ne pizzicavo una manciata da trasferire nell'infusiera. Mentre sorseggiavo, guardavo Sonia sorridendo con gratitudine, la quale avvampava e accelerava lo spostamento di moduli e pratiche, spingendosi ripetutamente con l'indice gli occhiali su per il naso. Una volta consumato il nutrimento del mattino, dedicavo alcuni secondi all'immagine mentale delle altre cinque colazioni pronte per me nelle altre fabbriche, preparate dalle rispettive segretarie e che sarebbero rimaste inconsumate. Poi mi alzavo e mi dirigevo al reparto produzione. Male, ho perso il passo per un attimo e sono inciampato. Credo di essermi sbucciato un ginocchio ma non mi è possibile quantificare il danno subìto, con questo collant che rende oscurata la mia vista. Necessito di qualche istante per ricompormi prima di riprendere a tirare. Ecco, proseguo, si. Transitare attraverso l'area produttiva delle fabbriche rinvigoriva la sensazione di benessere in me. Al mio ingresso brulicava uno sparpagliato "buon giorno Signor Capo", corale, da parte di tutta la manovalanza, che ricordava brindisi scomposti con bicchieri di vetro. Io ero il capo. Osservavo, con un intimo d'emozione, i macchinari aspirare essenze, muoverle in alchimia e iniettarle nelle boccette come profumi. Seguivo il loro tragitto sui nastri trasportatori, spostandomi alla velocità identica, che mi pareva una figura di pattinaggio artistico in gara. Fino alla fase di confezione, dove mi arrestavo e le guardavo, ad una per una, infilarsi nella propria scatola e venire arrotolate nella carta trasparente. Poi ripartivano su un ultimo nastro e se ne andavano tutte quante verso destra, dietro a una parete, dentro a un tunnel. Io uscivo da una porta di fine area produzione, a sinistra, invece. E passavo alla seconda fabbrica della giornata. Tutto ciò mi rendeva molto più felice e completo che tirare questo carro per i suoi manici di legno. Con un collant scuro calzato sulla testa. Un pomeriggio, sul tardi, a molte ore dalla prima colazione, si presentò un uomo in abito verde scuro e dichiarò di rappresentare una ditta di nuove forniture. Lo feci accomodare nell'angolo ospiti dell'atrio e cercai subito, nel suo sguardo, un minimo cenno di approvazione per i divani chiari che avevo fatto installare. "Signor Capo, buon giorno, è lei il Signor Capo, vero? Si, bene, mi presento, io Rappresento." Disse tutto quanto parlando veloce, prima di sedersi sul divano, mentre mi stringeva la mano con forza. Il dito mignolo mi dolse su uno snodo. "Ah, ecco, però. Bene. Molto piacere. Dunque, si, sono il Signor Capo. E, se ho compreso bene, lei Rappresenta." "Io Rappresento." Mi trovavo in una posizione di svantaggio. "Siamo, in assoluto, i migliori del settore" proseguì l'uomo dall'abito verde "le nostre essenze si alchimicano in profumi di più estasi. Forniamo gomme che prolungano il balzo di qualsivoglia scarpa da competizione vincente. Gli ingranaggi per macchine d'oli d'oliva che proponiamo, scivolano il flusso delle presse e ne irrapidiscono le contrazioni. Ed inoltre, in aggiunta a tutto ciò, disponiamo di altre materie per il supporto di ben ulteriori tre fabbriche, delle quali, però, al momento, ho scordato la produzione." Cercai di non lasciar trapelare la mia agitazione ma mi sfuggirono alcuni scatti del gomito sinistro e altri con il destro, ma meno. "Le nostre fabbriche" replicai fingendo indifferenza "dispongono già delle migliori materie prime reperibili sul merc..." "Ah, ma no, sa?" m'interruppe sfilando una matassa di fogli da sotto la giacca verdona "guardi qui." Dispose i fogli ad esagono, sopra il tavolino che ci separava. "Legga, esamini" proseguì lui e m'inginocchiai dinanzi al primo foglio, senza toccarlo per non deformare tutta quell'esagonalità. "Controlli Signor Capo. Su quel foglio c'è la stima delle essenze. Un grafico chiaro, non le pare, Signor Capo? La riga che viaggia verso l'alto, quella che scala e scavalca tutti i numeri, è relativa alle nostre essenze. L'altra, laggiù sotto, la riga che sega e ondeggia lungo l'orizzonte del grafico, siete voi." A perpendicolo sul foglio, con gli occhi a pochi palmi dal tavolino, seguii quelle righe partire da un punto comune per poi allontanarsi tra loro rapide, tanto da non riuscire più a comprenderle entrambe nello stesso campo visivo. Alzai lo sguardo per un istante, in direzione dell'uomo in verde scuro, dopo di che mi spostai a ridosso del secondo foglio, trascinando le ginocchia sul pavimento, facendo attenzione a non urtare il tavolino. "Su quello può trovare i dati comparati riguardanti la gommosità elastica per le scarpe. Osservi, segua anche quelle linee." Mentre parlava, spostai il naso graficalmente, lungo il foglio, e sentii crescere molta ancora più agitazione. Continuai al foglio successivo ed anche al seguente, fino a completare il giro esagonale attorno al tavolo. Poi mi alzai e tornai mesto al mio divano. Guardai ancora il tavolino e i suoi fogli, poi di nuovo l'uomo di fronte. Fui colto da un grande desiderio di anticipare la colazione del mattino seguente e, d'istinto, lanciai un'occhiata in direzione del mio ufficio. "Gradisce una prima colazione?" proposi all'uomo. "Qui ne abbiamo di speciali, si?" Mi fissò impassibile. "No, grazie. Tra poco mi recherò a cena." Ci guardammo per quasi un minuto, in silenzio, poi dovetti cedere e ammisi. "Ecco, già. Si. Lei Rappresenta."
Che sfortuna, e che disgrazia, ora piove, anche. E almeno mi restasse un tragitto breve con questo carro. Ma non è così, affatto no. Il collant si bagnerà e diverrà zuppo e pesante, tra poco. Invece che rimbalzarmi per la schiena, lo sentirò immobile sulla nuca e convoglierà gocce fredde di pioggia lungo la pelle del dorso. E devo andare avanti, proseguire con il traino del carro, anche quando i manici si faranno umidi e scivolosi e sarò costretto a stringere più forte le mani. Male, alle mani, lo assicuro. Trascorse una notte, cosparsa di grafici, e mi recai di nuovo alle fabbriche, il mattino seguente, all'ora mia, quella giusta. Avevo fame, anche se meno del solito, una punta inferiore d'appetito. Per questo motivo avevo scelto l'ufficio della colazione in maniera superficiale, poco concentrato. Correndo persino il rischio di recare offesa a una o più delle mie segretarie. Fui preso da leggera confusione, ed è vero ciò, perché non riuscivo a riportare alla mente quale fosse la produzione di un numero maggiore del solito delle fabbriche che capeggiavo. Entrando in una delle sei, notai l'addetto pulitore che lavava i vetri esterni. Tenni, per alcuni passi, il viso rivolto nella sua direzione, pronto ad annuire in risposta al suo saluto. Ma lui si avvide di me sfuggevolmente, sciacquò il suo attrezzo e riprese a pulire vetri.
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