I testi * Prima colazione lunedì 6 settembre 2010 Registrazione Login

     
 
   Echi dal blog Riduci
L'inoleum - giovedì 21 febbraio 2008
E' un segnale? E' un segnale. Oh, quanti segnali. Da riempire la cambusa.
Lo sai che ho il cervello orizzontale? Con un pulsante alla fine. Lo premi e non succede nulla. Ci salti sopra e si appiattisce il cervello ancora di piu'.
Comunque, si, la nuova notizia e' che e' arrivato lo zio Epico. In canoa, lungo il naviglio, da Pavia alla darsena, di notte, come un sommergibile. Voleva anche portarsela in casa mia la canoa ma io gli ho detto no, zio Epico, ti ospito solo a te, e lui un po' si e' offeso perché ha raccontato che a Pavia nella canoa ci dorme.
Con lo zio Epico non ci vedevamo da ventidue anni e perciò da quando io ne avevo sedici e lui trentadue. Durante queste due decadi, ho sempre pensato a lui di profilo, non sono mai riuscito a comporre un'immagine frontale. Uno zio da vaso greco, centrifugo. E anche ora che era riapparso aveva la tendenza a girarsi di tre quarti e parlarti senza guardarti dritto negli occhi. Quando si e' presentato alla porta (con la canoa lungo le scale) mi ha salutato e io ho pensato che stesse commentando i quadri alle pareti, talmente era spostato il suo sguardo. Poi ci siamo abbracciati ed e' stato curioso perché mi sono ritrovato la sua spalla sul mento da quanto era dissociata la nostra angolazione.
Fanculo.
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Loste - giovedì 21 febbraio 2008
Ho un orto. Lo coltivo. Ci pianto i ceci e le quaglie. A volte qualche baccalà. Alla livornese, però. Mai provato il baccalà alla livornese? E' armonico. Anche piuttosto piovano.
Ho ancora undici minuti, poi, poi.
Alcune mie parti sono dei derivati. Le unghie, per esempio. Sono composte principalmente di valtonico, in buona parte, direi, ma con l'aggravante del.
Se tento di mangiarmele, mi si incollano ai denti. Le unghie, ah, le unghie. Non paiono dei cinema all'aperto? Non ricordano ottimi purè?
Ancora otto minuti. Ma non basteranno, come farò a dire tutto?
Sono un calzino spaiato. Anzi, due calzini spaiati.
Eppure, eppu.
Re.
Nella notte, mi sono steso sulla strada, sotto un cielo stellato ghiacciato. Ma ero a faccia in giù perché io volevo vedere l'asfalto da vicino. Odorava di via del centro e i suoi granuli schiacciati tra loro erano sconnessi e moreni.
Cinque minuti.
In cinque minuti si può suonare un flauto. Di quelli blu, che ha la cartolaia. Nella parte sotto c'e' un buchino e il segreto del flauto e' tutto lì. Se impari ad alternare l'apertura di quel buchino, sei un flautista da competizione.
Certe sere vorrei essere nel Michigan. Mi piace, il Michigan. E' un po' di sbieco ma non sarebbe male essere anche lì.
Ultimi due minuti. Pausa di riflessione.
Come si chiamava, poi, quel funzionario?
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   Prima colazione Riduci
Se riuscissi a mettere a fuoco l'immagine della scodella, avrei già raggiunto un risultato. Vorrei snebbiare la crema di yogurt che copre la pera tagliata a quadri.
Se potessi sentire distintamente le parole roche di mia madre, sarei sicuro di essere ben sveglio. Ha detto cosa? Giornata? Gente? Ha detto pioggia? Credo abbia detto pioggia.
E se lasciassi andare? Tanto ha biascicato gli stessi suoni ieri mattina. E replicherà domani. Bene, starò più attento domani. Domani, aguzzerò tutto l'udito disponibile. Comunque piove, forse aveva detto pioggia.
Proprio non ce la faccio a svegliarmi completamente, eh? Ed ecco, si, mia sorella. Si siede accanto, ma perché indossa sempre la stessa camicia da notte ogni stramaledetta? Non ho niente da dirle al momento, magari ci penserà mia madre, forse le ripeterà le frasi di pochi attimi fa. Potrebbe essere la mia occasione di afferrarle finalmente, dopo, quanto? Non so. Dei giorni, penso. Da settimane non capisco cosa diavolo sta dicendo mia madre. Aggiungo che, i due chili di pere da lei acquistati, sono veramente insapori.
Ma ne mastico - e non ne ho fame - mentre osservo mia sorella che intinge una fetta biscottata in un liquido. Stramaledetta fetta biscottata? Stra. Uno di questi giorni la strapperò di mano, quella fetta: quando ne avrà già imbevuta metà e, durante il mio strappo, voleranno dappertutto pezzi di fetta bagnata. Lei non si cura della presenza di biscotti freschi. O di frutta tagliata a pezzi con sopra yogurt. No, non si cura. Vuole soltanto, e ogni sempre, una fetta biscottata arancione.
Mia madre le sta parlando. Cerco di capire, d'interpretare. Diavolo, che sforzo. Diamine quanto mescolio sciacquato. Cosa dice, che dice? Dice scuola? Prodotti?
Niente, non ho capito nulla. Neanche la mia vista ha corretto le sue imprecisioni al momento. Certo che, se questa sorella rispondesse a quegli idiomi, potrei intuire il senso della conversazione. E si muovesse anche con questa replica perché, io, la mia pera l'ho terminata.
Mia sorella solleva la fetta dalla tazza e ne studia il baricentro. Poi l'addenta, risucchiando due o tre briciole. Non ha guardato proprio la
madre che ha di fronte. Io dico che non ha neppure ascoltato. Forse è oggi che le strappo la fetta di mano.
Bene, è giunta l'ora di recarmi…. Dov'è che devo andare? Al lavoro, mi pare. Si, beh, mi sembra. Era al lavoro? Comunque sia, da qualche parte dovevo andare, mi tornerà in mente quando uscirò da qui.
Adesso saluto madre e sorella e vado. Solo che, la prima delle due, ha ripreso a dirmi cose. Ma cosa sta dicendo, adesso urlo, adesso mi sconforto tutto. Perché, invece che emettere a vanvera, non obbliga mia sorella di cambiarsi quello schifo di veste notturna? E' piena di macchie di liquido e fetta! E zeppa d'aloni giallastri e odora, non so di cosa, ma odora, non sento di che, ma sono sicuro e certo che è così perché non è possibile che, una camicia da notte così conciata, non emani svariati odori maleodoranti…
La osservo con aria disgustata. Deve accorgersene perché muove la testa leggermente. E mi guarda. Quando è accaduto l'ultima volta? Dei giorni, penso. Da settimane mia sorella non mi rivolgeva alcuno sguardo. Dio, che occhi. Mio, quegl'occhi.
Nel frattempo, mia madre si alza. Le scende una lacrima e adesso cosa avrà mai da piangere? Toglie le stoviglie della sua colazione e si allontana. Quelle dei suoi figli non le sparecchia mai, affari nostri. In realtà, avviene spesso che si alzi piangendo. Forse, se mi fosse possibile capire cosa dice, saprei cosa la turba. Magari domattina.
Oh, e mia sorella non ha ancora smesso di guardarmi fisso fisso. Che vuole anche lei? Ora glie lo chiedo, glie ne domando. Ma che occhi. Che sguardo. Ho idea che sto per distoglierlo il mio, di sguardo. Mi ricorda un avvenimento. Uno non molto bello. Ora me lo tiene ancora più fisso. Mi ricorda, mi torna alla mente un mattino. Neanche troppo tempo fa. Dei giorni, forse. Settimane. Ho la vista sfocata ma, quel minuto là, mi sa che lo ricordo preciso. C'era un mezzo, un'automobile. Bruciava? Si, un gran falò. All'interno ci stava qualcuno. Qualcuno che stava bruciando, è chiaro. Questi occhi che mi esplorano mi aiutano sempre più nella ricerca. Si, ma lo so chi c'era dentro. Era proprio mia sorella che andava arrosto. Nel mezzo. Nell'auto. C'è dell'altro, poi. Dio che spavento. Ora mi è venuto in mente. Cazzo c'ero pure io nel menu. Per forza, era la mia macchina. La stavo guidando io.
Cos'è che diceva mia madre stamattina? Diceva strade? Ritardi? Diceva morti…

 
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